Cross-border transport of waste: compliance with the italian law

Natura Giuridica is a company that provides environmentally services to foreign companies that do import and export of waste into/from Italy. Full support for the subription at the ANGA's register, the domiciliation and the legal, administrative and technical consulting.

Si fa presto a dire Ambiente

Natura Giuridica inaugura una nuova rubrica, relativa ai più importanti fatti ambientali di attualità. Dialoghi su ciò che non si dice, su quello che non si sa, su quanto dobbiamo fare…

Il moderno management ambientale: una consulenza smart fatta su misura

Compilate il questo modulo, specificando quali sono le criticità ambientali della vostra azienda, e inviatelo a andrea.quaranta@naturagiuridica.com Otterrete un preventivo gratuito e personalizzato per una consulenza ambientale in convenzione.

Natura Giuridica - Consulenze ambientali

Natura Giuridica è un'impresa di servizi specializzata in diritto dell'ambiente e dell'energia. Ricerche, pareri, assistenza amministrativa e multiprofessionale per consulenze integrate

Natura Giuridica - Consulenze ambientali

Natura Giuridica è un'impresa di servizi specializzata in diritto dell'ambiente e dell'energia. Ricerche, pareri, assistenza amministrativa e multiprofessionale per consulenze integrate

I vantaggi di un adeguato Environmental risk management

Esperto in consulenze strategiche aziendali nel settore dell'ambiente e dell'energia Scarica la brochure di Natura Giuridica

Contatta Natura Giuridica

Chiedi un preventivo gratuito per una parere o una convenzione personalizzata. Natura Giuridica è a tua completa disposizione

Seguimi su Twitter

I tweet sull'environmental risk management, sulla sostenibilità ambientale, sul diritto dell'ambiente e dell'energia

martedì, aprile 11, 2017

Il riTARdo e le sTAR-TAP

“Una strategia senza tattiche è il cammino più lento verso la vittoria. Le tattiche senza una strategia sono il prima della sconfitta”, diceva Sūnzǐ, stratega cinese del V° secolo a.c.
La seconda parte dell’affermazione ricorda tanto l’attuale situazione politica e giudiziaria nel nostro Paese, nel quale si vaneggia tanto di Startup, di investimenti, di grandi opere, di futuro, e poi di tutto questo vociare non rimane che una frase e qualche gesto.
E tutto ritorna come prima.
Naturalmente è sempre colpa di qualcun altro, e le opere, anche quando sono solo annunciate, devono essere fatte da un’altra parte.
Forse, ma anche no.
Come il TAP (Trans Adriatic Pipeline), definitivamente approvato dal Consiglio di Stato (sentenza n. 1392/2017) ma poi immediatamente sospeso dal TAR del Lazio (decreto 1753/2017), affinché vengano precisate (ancora!) le misure di mitigazione dell’impatto ambientale.
Immediate le urla di giubilo dei NO TAP, che rivendicano (chi anche con scopi politici) la paternità della vittoria, e che promettono battaglia anche a metà aprile, quando ci sarà la “decisione” collegiale.
Sullo sfondo,
  • una politica “che solo fa carriera”, priva di idee, di visione, di coraggio, di slancio; 
  • l’atavica idiosincrasia nostrana per tutto ciò che non garba al particulare
  • una magistratura onnipresente che più che dirimere controversie sembra favorire ulteriormente l’ancestrale attitudine italica a litigare e a dividersi su tutto; 
  • la consapevolezza che basta “ricorrere alla giustizia” per far impantanare tutto (e tutti). 
Non si sa se alla fine si arriverà ad una decisione condivisa, anche se ho i miei dubbi: è più facile che qualche buontempone si inventi una "nuova APP", la sTAR-TAP in grado di farci seguire (ma da tifosi, e non da cittadini), questa vicenda, che più passa il tempo e più sembra trasformarsi nell’ennesima, triste, telenovela di un Paese incapace di decidersi e di decidere. 
Nel mentre passerà inesorabilmente altro tempo, si rafforzerà l’idea di un Paese immobile, e non si faranno più neanche proclami, ma ci limiteremo a TARtagliare parole a vanvera, naturalmente lamentandoci che qui da noi nessuno viene più ad investire. 
Ma state tranquilli, perché in compenso continueremo a sfornare vincitori. 
Di che cosa, non si sa, ma vincitori. 
Perché qui in Italia “hanno tutti ragione”, anche se nessuno si è ancora accorto si sta facendo TARdi.

lunedì, aprile 10, 2017

Bonifica e compravendita di siti potenzialmente contaminati: cosa fare? A chi rivolgersi?

Cominciando da questo blog, e anche grazie alla sua visibilità, sono stato contattato da una multinazionale francese leader nel settore dell’HSE compliance (di questo vi parlerò prossimamente).
Proprio mentre ero a Parigi, in uno dei miei viaggi nella capitale francese per parlare della consulenza ambientale svolta in Italia, mi ha contattato una società controllata da un colosso della chimica. 

L’amministratore delegato aveva letto un mio articolo, di qualche anno fa, intitolato “Strumenti di compravendita per siti (potenzialmente) contaminati, nel quale, sia pur sinteticamente, affrontavo il delicatissimo tema relativo alla circolazione di terreni potenzialmente contaminati.
Gli è piaciuto, in qualche modo lo ha illuminato – nel senso di aver fatto comprendere le problematiche sottostanti – e ha deciso di chiamarmi immediatamente.

Quali problematiche affrontare?
Come affrontare le trattative?
Quali aspetti prendere in considerazione?
Come tutelarsi al meglio di fronte alle richieste (spesso e volentieri alle pretese) della controparte?
Quali clausole inserire in un ipotetico preliminare?
Quali indagini svolgere?
A chi, e come, spetta l'eventuale bonifica?
Come…..e mille altre domande.

Quando il cliente, qualche giorno dopo, è venuto fin da me a studio, lasciandomi giusto il tempo di tornare da Parigi, mi ha tempestato di domande: domande tutte legittime, per carità.
Volendo parafrasare quella frase tratta da quel capolavoro di Sergio Leone, “Per qualche dollaro in più” (“Le domande non sono mai indiscrete. Le risposte lo sono, a volte”) le domande non sono mai illegittime. 
Possono esserlo le risposte, se il consulente non effettua una doverosa opera di contestualizzazione, e non spiega al cliente che, a volte, occorre rallentare un attimo, pendersi il giusto tempo, analizzare nel dettaglio ogni aspetto, per poter mettere in campo la migliore strategia possibile, a seconda del punto in cui è arrivato il gioco, nel momento in cui il consulente è stato chiamato. 
Non si possono vendere le consulenze “un tanto al chilo”, come si può fare per un qualsiasi prodotto, come purtroppo si vede fare, in giro: la consulenza – in particolare quella ambientale – è un servizio che si fonda su un delicato mix di fiducia, competenza, ritmo, analisi, coinvolgimento, contestualizzazione, capacità di gestione, anche gli errori eventualmente commessi prima da chi, messo con le spalle al muro dagli eventi, decide di chiamarti… 
Già, perché il consulente dovrebbe essere chiamato prima di portare avanti una strategia, non dopo che una scelta avventata ha cominciato a creare dei problemi. Grattacapi quando va bene. 

L’altolà al mio cliente è arrivato subito dopo aver letto una bozza – quasi definitiva, nelle intenzioni del redattore, un simpatico avvocato-amicone della controparte – di contratto che il mio cliente, secondo il diktat di controparte, avrebbe dovuto firmare, pena la vanificazione del “lavoro” fino ad allora svolto, e la perdita dell’affare.
L’affare, manco a dirlo, era la vendita di un terreno che, secondo il potenziale acquirente, era sicuramente contaminato, “evidenza” che avrebbe comportato….
Sì, potete immaginarlo, no, non alla bonifica (se del caso), ma molto più prosaicamente ad uno sconto sul prezzo di vendita, ma con tutta una serie di clausole capestro per il mio cliente….e – incredibile a dirsi! – clausole discutibili anche per la stessa società che le aveva ideate……pensate un po’.
Un’accozzaglia di copia-incolla presi da contratti “buoni per tutte le stagioni”, per voler utilizzare eufemismo…
Niente di più prosaico e banale, se volete.

Ma le questioni ambientali vanno, devono essere affrontate in modo completamente diverso: ecco perché esiste il consulente giuridico ambientale, itinerante, nel mio caso.
È “bastato” spiegare – non c’è voluto neanche tanto tempo, ma diversi viaggi e numerose riunioni, portatile, borsa da lavoro e moleskine per gli appunti al seguito – la reale situazione, far capire i pericoli insiti dietro la condotta di controparte, imbastire una strategia di gestione del rischio ambientale, indicare una strada da seguire che, al contempo, tutelasse gli interessi del mio cliente, invogliasse controparte ad accettare le nostre proposte, volte principalmente alla tutela dell’ambiente, per il tramite del rispetto della legge.

Che è molto complicata, spesso, da capire e da interpretare. Insomma, un lungo lavoro, ma …….

Morale: viaggio dopo viaggio, nel giro di tre mesi il vostro consulente ambientale itinerante è riuscito a mettere d’accordo le parti a condizioni favorevoli per tutti – ambiente compreso – anche se di più per il mio cliente: ça va sans dire….

Sul come, ovviamente, non mi soffermerò in queste pagine: ma potete sempre chiedermelo in privato…

Quello che, in questo diario, mi preme sottolineare è il messaggio che, in questa come in altre situazioni – di cui parleremo prossimamente – è passato al cliente, ma non solo a lui: non bisogna avere fretta, ma non bisogna far tardi.

Fuor di metafora: la gestione delle problematiche ambientali…
Meglio: la gestione del cambiamento, che le norme sul diritto ambientale impone (e che il buon senso chiede a gran voce), ha bisogno di pazienza (pianificazione) e di rapidità (improvvisazione, legata al far fronte agli imprevisti che di volta in volta, lungo il tragitto, si possono incontrare. Che si incontrano), di tattiche ma anche di una strategia, di una visione di insieme e di competenza.

La gestione del cambiamento ha, essenzialmente, bisogno di questo giusto mix: o meglio, di un giusto mix, che dipende – e con questo si chiude il cerchio – dal contesto, dall’analisi di quelle situazioni che fanno la differenza, e che il consulente ha il dovere di verificare sul campo, in itinere…
Il testo nel contesto…reminiscenze del corso di filosofia del diritto…..

E ricordatevi che questo discorso vale per tutti: anche le grandi aziende multinazionali – a maggior ragione – devono stare bene attente e capire l’importanza di gestire il rischio che ogni cambiamento può portare. Il mio cliente l’ha capito.

E tu, come gestisci il cambiamento?

Scrivimi per espormi le tue problematiche: non esitare a contattare Natura Giuridica, gestisci il cambiamento in modo efficace.

mercoledì, aprile 05, 2017

Il TIP TAP e la tarantella

Al di là dell’“analisi logica” che si potrebbe fare della sentenza del Consiglio di Stato sul TAP (il gasdotto Trans Adriatic Pipeline), che ha dato il via libera alla realizzazione dell’opera, e dei mea culpa che gli appellanti dovrebbero fare, con riferimento alle modalità con cui le loro ragioni sono state fatte valere (questioni che il Consiglio di Stato ha avuto buon gioco a liquidare con un “sono intempestive e violative del principio di tassatività dei mezzi di impugnazione”), vale la pena soffermarsi su quanto i giudici di Palazzo Spada hanno dichiarato a più riprese.
La valutazione di impatto ambientale (la VIA), secondo il Consiglio di Stato, non è un mero atto (tecnico) di gestione e/o di amministrazione, ma un provvedimento con cui viene esercitata una vera e propria funzione di indirizzo politico-amministrativo, sia pure con particolare riferimento al corretto uso del territorio, attraverso la cura ed il bilanciamento della molteplicità dei (contrapposti) interessi pubblici (urbanistici, naturalistici, paesistici, nonché di sviluppo economico — sociale) e privati”.
Ebbene, dopo aver detto per inciso che questa sua affermazione “ingenera perplessità nel richiamo alla funzione di indirizzo politico-amministrativa”, il Consiglio di Stato ha tuttavia perseverato, affermando candidamente che “il giudizio di compatibilità ambientale, pur reso sulla base di oggettivi criteri di misurazione pienamente esposti al sindacato del giudice, è attraversato da profili particolarmente intensi di discrezionalità amministrativa sul piano dell'apprezzamento degli interessi pubblici in rilievo e della loro ponderazione rispetto all'interesse dell'esecuzione dell'opera”.
Apprezzamento, badate bene, che “è sindacabile dal giudice amministrativo soltanto in ipotesi di manifesta illogicità o travisamento dei fatti, e risulti perciò evidente lo sconfinamento del potere discrezionale riconosciuto all'Amministrazione”.
Come a dire: basta che l’Amministrazione non faccia errori madornali, e il gioco è fatto. E il giudice non può che fare il “Pilato” della situazione, decidendo di non decidere. E con questo, però, dare IL via….
Probabilmente, se nella stanza dei bottoni ci fosse stato qualcun altro, forse i “profili particolarmente intesi di discrezionalità” avrebbero virato da un’altra parte.
Ed è proprio questo continuo balletto a non andare bene, specie quando si va a ballare il (tip)-TAP nella patria della tarantella…
Fuor di metafora: decidere sulla base di scelte politiche, senza una visione, e non essere in grado di leggere il testo nel contesto, addivenendo a soluzioni praticabili, non fa che allontanarci dal “bene comune” (nel senso etimologico, e non politico, del temine), quello che tiene, deve tener conto di tutti gli interessi in gioco. E guardare al futuro.
Avanti di questo passo una sintesi, e dunque una soluzione, non verrà mai trovata, e il legislatore tarantolato (quello che continua a produrre infinite normative, uguali e contraddittorie nello stesso tempo) potrà proseguire a dichiarare la propria buona fede e a proclamare cambiamenti, ma continuerà a produrre uno dei pochi made in Italy che ci rimangono: un frenetico immobilismo.

lunedì, aprile 03, 2017

La rincorsa


Donald Trump ne ha fatta un’altra delle sue: con lo scopo di "mettere fine alla guerra al carbone", ha firmato il decreto che manda in soffitta una delle principali norme ambientali dell’era Obama, il Clean Air Act.
Lo slogan utilizzato (“Minatori di nuovo al lavoro”) ha indubbiamente il suo “fascino”, fra il popolo che si è sentito, non senza alcune ragioni, tradito dal così detto “establishment”, reo ai suoi occhi di non aver posto fine alla crisi, ma anzi di averla acuita.
Al di là dell’apparenza, e anche volendo soprassedere sui discorsi – che pure andrebbero affrontati – sugli interessi delle grandi corporation, ciò che colpisce di più è la gioia rabbiosa con la quale il popolo (addomesticato a sua insaputa, anche se è convinto del contrario)  accoglie questa decisione, pensando "finalmente qualcuno che sta dalla parte del popolo, che ci ridà il lavoro e la dignità che ci hanno tolto".
Anche se resta da capire chi sia l'artefice di questo imbroglio...
Contrapporre il diritto al lavoro e l’ambiente (e la salute), continua ad essere uno degli errori di prospettiva più eclatanti (se fatto in buona fede), e uno degli inganni più maligni (se invece perpetrato in male fede).
E credere ciecamente che tornare indietro sia la soluzione per andare avanti e sconfiggere la crisi non è neanche più utopia: è semplice disperazione rassegnata.
Riproporre il carbone significa tornare indietro soltanto per tirare avanti, ed è una morte un po’ peggiore.
La morale è sempre quella: con atti destrutturanti e “contro natura” come questo la crisi non sarà certo sconfitta, e sarà sempre il più debole (“carne da cannone”) a rimetterci, specie se gli si vuole pure togliere la tutela sanitaria, come lo stesso Trump ha cercato di fare, per ora, e per fortuna, senza successo. Bocciato “dai suoi”, ma forse solo per motivi più politici che etici.
Certo, far passare il messaggio contrario (occorre trovare una sintesi fra interessi “divergenti”, attraverso l’innovazione e con lo sguardo proiettato al futuro, e non ad un passato benevolo solo agli occhi miopi dei rabbiosi impauriti) non è un lavoro facile né breve, ma è imprescindibile, e compito del Politico dovrebbe proprio essere quello di trovare una sintesi fra posizioni inconciliabili solo in apparenza.
Con coraggio, e senza le incertezze e le ambiguità che hanno contraddistinto l’establishment (qualunque cosa questo termine significhi, o indichi).
E una cosa è chiara: non bisogna mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa.


lunedì, marzo 27, 2017

Sicurezza alimentare: normative e prospettive per un settore strategico, ma non adeguatamente presidiato

La percezione 
Basta entrare in una qualsiasi panetteria di un qualsiasi paesino di montagna, oggi, per accorgersi di come sia cambiata la percezione del cittadino/consumatore rispetto al problema della sicurezza alimentare (“cosa cerca il cittadino” o forse “cosa vuole sentirsi dire”), e di come si siano “affilate” le strategie del cittadino/venditore di fronte ad un settore vitale come quello alimentare. 
In questo esercizio non si usa olio di palma”, infatti, rappresenta, con qualche eccezione e, a volte, qualche svarione ortografico, la scritta oggi più presente in questi esercizi commerciali per “venire incontro” ad una richiesta (veicolata in qualche modo anche dalla “TV”) sempre più pressante del mercato. 
Una dicitura che simboleggia l’ultima frontiera al confine fra una divertita (e a volte divertente) comunicazione fai-da-te e il dare (più che altro: dire) una soluzione, o almeno una risposta, alla domanda di sicurezza alimentare, che invece rappresenta una delle sfide più importanti che la politica dovrebbe affrontare. 
In un mondo in cui: 
  • il numero di abitanti, il consumo di suolo, l’inquinamento e gli sprechi alimentari crescono a ritmi vertiginosi, e 
  • la legislazione stenta a tenere il passo dell’economia e della globalizzazione, e a cercare di indirizzarle, 
la classe politica, infatti, dovrebbe essere in prima fila, e indicare una strada, una visione, più che suggerire strategie spicciole, anche e soprattutto in questo complesso settore (la sicurezza alimentare ha infatti profonde interconnessioni con altri settori di primaria importanza: dalla salute umana al benessere animale; dalle regole formali sull’etichettatura a quelle sostanziali sulla sostenibilità; dalla cultura – non solo alimentare – all’inquinamento; dalla qualità dei prodotti; …..). 
E invece l’(inadeguatezza) immobilismo del legislatore ha fatto sì che, ad oggi, il confine fra ciò che è (o che dovrebbe essere) la sicurezza alimentare e la disinformazione, il gossip culinario, lo hearsay (non importa da quale fonte), i “fatti alternativi” e la psicosi virale da social network è labile, e va a finire che l’argomento cibo (qualcosa di diverso dalla sicurezza alimentare…) viene trattato con séguito soltanto dal punto di vista ludico in uno degli immancabili programmi di cucina, con buona pace dei pochi programmi (“Indovina chi viene a cena”) che stanno cercando di sensibilizzare la stessa (potenziale) platea sull’importanza delle regole. 
Di quelle che ci sono ma soprattutto di quelle che dovrebbero esserci.
Perché la domanda è: in quella “terra di nessuno” che sembra essere diventato oggi il diritto (non solo alimentare), cosa succede? 
Qual è il punto della situazione in materia di sicurezza alimentare
Il legislatore riesce a garantire sicurezza e rapidità di risposte, congrue alle promesse che non lesina?
Prima di addentrarci in un’analisi – sia pure parziale, per ragioni di spazio – dello status quo della normativa alimentare, al fine di esporre (e cercare di capire) come siamo messi, occorre però fare un sia pur breve riassunto delle “puntate precedenti” che ho dedicato al tema, al fine di mettere in evidenza il minimo comun denominatore fra le tematiche alimentari settoriali: l’inveterata tendenza a non portare a compimento nulla e la smaniosa inclinazione alla programmazione fine a se stessa (perché si limita a rinviare, senza soluzione di continuità, ad altre programmazioni). 
Riassunto delle “puntate” precedenti [...]
Il punto della situazione: la propaganda ministeriale 
Sul sito del ministero della Salute esiste un’apposita sezione dedicata alla sicurezza alimentare, nella quale oggi – oltre ad uno scarno (rispetto all’importanza del tema) drappello di news – sono in evidenza due relazioni (v. infra): 
1) la prima riguarda il controllo ufficiale alimenti e bevande (dati del 2015); 
2) la seconda concerne, invece, il Piano nazionale di controllo ufficiale delle micotossine negli alimenti (2016-2018). 
Segue una lunghissima serie di links ai più disparati “sottotemi” – cui si è fatto cenno in premessa – della sicurezza alimentare, che si è voluto riassumere nel cloud seguente. 
Le principali disposizioni della disciplina speciale: a) la normativa generale sugli alimenti [...]
b) le autorizzazioni sanitarie, le competenze e i controlli [...]
c) il commercio dei prodotti alimentari [...]
d) il consumatore e il diritto all’informazione [...]
Gli altri rivoli della materia e le recenti relazioni del ministero [...]
“E il”: il limbo, l’intuizione, la percezione e la realtà 
[…] In un interessante contributo di qualche anno fa, l’autore cercava di fornire una chiave di lettura della strategia comunitaria in materia di sicurezza alimentare, partendo dalla definizione del concetto di “qualità”, alla luce della “sicurezza alimentare”. 
Dopo alcune interessanti considerazioni generali, l’autore poneva l’accento sul fatto che la sicurezza alimentare è “l’espressione più evidente di quello standard elevato di protezione della salute che gli artt. 95 e 152 del Trattato CE impongono, e che in larga misura essa rappresenta una «presa di consapevolezza» del Legislatore europeo dell’importanza e dei contenuti del diritto al consumo […].
Di tale strategia fa tuttavia parte anche un secondo aspetto di carattere più strettamente «commerciale» legato al recupero di un certo rapporto «fiduciario» fra produttore e consumatore nelle produzioni agroalimentari, basato in larga misura sulla percezione degli aspetti qualitativi dei prodotti, che può aiutare a comprendere meglio le finalità e la natura delle diverse attività comunitarie connesse alla «sicurezza alimentare»”. La distinzione degli aspetti di «prevenzione» legati alla salute umana dagli elementi «commerciali» di promozione della qualità – prosegue l’autore – “poggia su di una ambiguità di fondo legata alla concezione stessa di quest’ultima […] “Il mercato oggi richiede innanzitutto sicurezza, come risulta evidente da tutte le indagini sui consumi svolte ultimamente. Si tratta tuttavia di una forma di sicurezza più ampia di quel semplice pre-requisito comune a tutti i prodotti che vengono commercializzati, poiché investe una serie di fattori ulteriori quali la conoscibilità delle origini dell’alimento e dei suoi processi produttivi, un certo legame con la tradizione, l’esclusione dell’impiego di organismi e sostanze ritenute «sospette» anche se ancora scientificamente non dichiarate «nocive», una corretta informazione sui contenuti nutrizionali del prodotto, sulla eventuale presenza di «allergeni» […] In sostanza possiamo affermare che la «sicurezza degli alimenti» si è oggi arricchita di connotazioni ulteriori che non afferiscono immediatamente alla «idoneità al consumo» del prodotto, ma che invadono la sfera delle caratteristiche più strettamente «qualitative» fondamentali nel dialogo produttore-consumatore. D’altra parte è la stessa Commissione a non far mistero nel Libro Bianco del 2000 sulla sua intenzione di «recuperare il rapporto fiduciario produttore-consumatore» proprio attraverso gli «strumenti» della sicurezza alimentare. È chiaro che la «sicurezza» degli alimenti un tempo esclusivamente elemento della c.d. «qualità nutrizionale» è oggi parte integrante nella sua accezione contenuta nel Libro Bianco anche del «sistema qualità» (certificazione) e della «qualità commerciale» (ossia caratteristica del prodotto in esso incorporata percepibile dal consumatore come valore aggiunto attraverso i suoi elementi più evidenti. Si pensi ad esempio alla tracciabilità)”.
Da allora sono passati quasi tre lustri, ma le ambiguità permangono, così come permane una generalizzata sfiducia dei cittadini-consumatori, soprattutto nei confronti della politica, alla quale non si chiede soltanto di intuire, di programmare o di inventarsi nuove strategie, ma soprattutto di diventare credibile, e di mettere in pratica quello che promette. 
Migliorandolo. 
Diversamente – continuando a mancare la fiducia nel (e un rapporto fiduciario con il) legislatore – il rischio (molto) forte è quello che lo stesso cittadino finisca: 
  • con l’aver fiducia nel “primo [venditore] che passa” (sia esso il piccolo panettiere di montagna o la grande multinazionale, con il suo codazzo di influencers e di comunicatori), in grado di sfruttare, anche nel settore della sicurezza alimentare, la sua credulità/debolezza (rectius: il suo bisogno di credere in qualcosa), e 
  • con l’accontentarsi di banalità, comunicate però “con simpatia ”, con buona pace della “sicurezza alimentare”, annessi e connessi, nelle sue diverse sfaccettature. 
Senza neanche immaginare – anche se non sarebbe difficile immaginarselo – che, in assenza di regole e controlli, “so bboni tutti, a mettece ‘na scritta”.

lunedì, gennaio 09, 2017

TTIP: molte domande e poche risposte. Parliamone.... L'azzardo morale

L’azzardo morale


“Lo scopo di internet e delle tecnologie connesse
era «liberare» l'umanità dai compiti
– fabbricare cose, imparare cose, ricordare cose –
che prima davano significato alla vita
 e perciò ne costituivano l'essenza.
Ora sembrava che l'unico compito significativo fosse
l'ottimizzazione per i motori di ricerca[17]”.

Alla luce di quanto, sia pur sia pur sinteticamente, si è visto in queste pagine, si può comprendere il significato delle parole con cui si chiudeva l’introduzione.
Ovvero che la sensazione è che quella relativa al TTIP sia più simile ad una telenovela di provincia, che ad una vera e propria spy story (anche se forse è così che ci piace immaginarla, per sopperire – almeno idealmente – alla pochezza della scena politica di oggi), e che quanto si trova su internet, frutto di analisi partigiane e di testi seo oriented, non è che una parte della pura verità, finora celatasi dietro semplici punti di vista.
Per accorgersene basta rileggere le categoriche prese di posizione sul tema, che si trovano nella rete, e il testi segreti relativi all’agricoltura e allo sviluppo sostenibile, intrisi:
·         di premesse;
·         di rispetto delle reciproche differenze (che in teoria si dovrebbero in qualche modo, ed invece, livellare, uniformare);
·         di reminder;
·         di propositi di cooperare per instaurare dialoghi fruttuosi o per agevolare la conclusione positiva di ulteriori negoziati;
·         di tentativi di “garantire che l'effetto di tali provvedimenti non crei inutili ostacoli agli scambi di prodotti agricoli tra di loro e che i provvedimenti non siano più restrittivi per gli scambi di quanto necessario per conseguire il loro obiettivo legittimo”;
·         di riaffermazioni di principî;
·         di sforzi;
·         di promozioni;
·         di rinvii a future proposte;
·         di stucchevoli rassicurazioni (promesse?) a latere (L’“affermazione” conseguente alla preoccupazione relativa al fatto che il TTIP potrebbe ridurre i diritti dei lavoratori e pregiudicare il ruolo dell’OIL (“Desideriamo che il TTIP preveda livelli di tutela elevati per i lavoratori, basati sugli strumenti dell’OIL”) non sembra, infatti, una risposta, quanto una promessa da marinaio…).
Il tutto, naturalmente, quasi esclusivamente attorno agli scambi (agli aspetti commerciali, insomma), con buona pace della sostenibilità, che fa capolino nel momento in cui si fa cenno alla necessità di adoperarsi per promuovere:
·         ulteriori negoziati, in relazione ai quali, tuttavia, non si fa riferimento a qualità ambientali ma solo ad una più generica (e commerciale) efficienza nella produzione alimentare (Il riferimento al fatto che, nello stesso tempo, tale efficienza deve garantire “la gestione sostenibile delle risorse naturali” sembra più che altro una forma di stile che un proposito, più che un’obbligazione di risultato);
·         lo sviluppo agricolo internazionale e una maggiore sicurezza alimentare globale, anche se non si riesce a comprendere a fondo rispetto a che cosa, soprattutto se si considerano le azioni che le parti intendono mettere in campo per il raggiungimento di tale obiettivo” (La promozione di solidi mercati globali per i prodotti alimentari e per i fattori di produzione agricoli; la “restrizione” delle misure commerciali ingiustificate che aumentano i prezzi alimentari a livello mondiale o acuiscono la volatilità dei prezzi, in particolare evitando l'impiego di tasse sulle esportazioni, divieti di esportazione o restrizioni alle esportazioni dei prodotti agricoli; la promozione e il sostegno alla ricerca e all'istruzione, allo scopo di sviluppare nuovi prodotti agricoli innovativi e strategie che facciano fronte alle sfide globali legate alla produzione abbondante, sicura e accessibile di alimenti, mangimi, fibre ed energia).
Ecco, di fronte a questo panorama ci si domanda come mai enunciazioni tanto eteree debbano essere tenute nascoste e/o spacciate per chissà quale scoop (para)giornalistico e/o oggetto di così sclerotiche prese di posizione.
Beninteso, non si vogliono minimizzare i potenziali pericoli che si possono celare anche dietro a testi tanto condivisibili quanto poco coercitivi (ed essere classificati come pro TTIP), né gridare al complotto ad ogni piè sospinto (ed essere, al contrario, additabile alle stregua di un NO-TTIP).
Semplicemente, ci si vuole porre delle domande, ben sapendo che esistono tensioni positive nell’una come nell’altra campana.
Basti pensare, a mero titolo di esempio:
-          (pro fautori del TTIP), alla necessità e all’urgenza di cercare di uniformare la normativa (naturalmente in senso migliorativo) di creare nuovi sbocchi per il mercato, di alleggerire, più in generale, un sistema per certi versi anchilosato e connotato da protezionismi a corrente alternata;
-          (pro detrattori del trattato), alle questioni relative ai timori paventati sulla qualità del cibo e alla tutela dell’ambiente.
Nonostante il testo sia etereo, può preoccupare, preoccupa il fatto che le questioni sulle sostenibilità siano tratteggiate, quando lo sono, e non invece trattate con più forza, senza sottointesi.
A proposito di sottointesi, cosa dire del “nodo” relativo alle controversie?
Nel testo si legge che “le parti s’impegnano ad istituire un meccanismo efficace ed efficiente per risolvere le controversie che possono insorgere tra le Parti stesse in merito all'interpretazione e all'applicazione del presente accordo con l'obiettivo di pervenire, laddove possibile, a soluzioni concordate”.
A rigor di logica si parla di controversie relative alle “parti” che dovrebbero sottoscrivere il trattato (id est, in mancanza di una definizione di parti, gli Stati), e quindi si fa fatica, almeno di primo acchito, a comprendere la polemica relativa alla possibilità per le corporation di intentare causa ai singoli Stati, con l’effetto paradosso cui si è fatto cenno. Ma se così fosse (se davvero le controversie oggetto del paragrafo dovessero riguardare anche le corporation), c’è da domandarsi perché prevedere uno strumento “altro” rispetto all’ordinaria giustizia, per il semplice fatto che si garantirebbero tempistiche più consone: il problema dell’eterna lentezza della giustizia non si risolve accorciando i tempi di prescrizione, o devolvendo le controversie a giudici sulla cui terzietà si potrebbero scrivere interi pamphlet
A proposito, invece, di argomenti che rischiano di passare in secondo piano, in questa diatriba settoriale (e, quindi, destrutturata e deconstestualizzata), siamo sicuri che già oggi – mentre l’Europa è in “crisi esistenziale” (J.P. Junker) – non si importino, ad esempio, prodotti contraffatti e/o sofisticati da altri paesi (asiatici), in un silenzio reso ancora più totale dall’accanimento contro uno strumento necessario, anche se necessariamente perfettibile?

Chi scrive non condivide il “gioco delle parti” in voga in modo generalizzato in questo periodo che prevede solo due opzioni (a favore o contro il TTIP, secondo una logica dell’“azzardo morale”): chi scrive non è contrario al TTIP, ma a questo TTIP, perché frutto di una politica infantile (che insegue – ognuno per la propria strada, secondo le proprie “idee” – una purezza irraggiungibile, che ha qualcosa di nauseante, oltre che ottuso[18]), cui fanno da cassa di risonanza sia una parte del web (rectius: chi utilizza il web in modo non corretto), sia un certo “neo-giornalismo d’assalto”, autoreferenziale e destinato alla marginalità culturale.
Prescindere dagli opposti punti di vista, spacciati per verità, significa cercare "La" verità – che poi dovrebbe essere niente di più, niente di meno che il Bene Comune – che “si trova da qualche parte nella tensione fra i due estremi[19]”.
È la Politica che dovrebbe trovare questa via di mezzo, senza cedere agli azzardi morali delle opposte fazioni.
Discutendo, anche in modo animato, ma con una prospettiva diversa rispetto al passato.
Capendo che si discute (si dovrebbe discutere) per capire.
Non per avere ragione.

<< TTIP: molte domande e poche risposte. Parliamone.... Focus sul capitolo sullo sviluppo sostenibile





[17] J. Franzen, Purity, cit.
[18] “La stupidità scambiava se stessa per intelligenza, mentre l’intelligenza riconosceva la propria stupidità”. J. Franzen, Purity, cit.. Come a dire, occorrerebbe essere consapevoli dei limiti intellettuali ed estetici dell’approccio militante.
[19] “Ed è lì che dovrebbe vivere il giornalismo, in quella tensione”. J. Franzen, Purity, cit.