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Natura Giuridica è un'impresa di servizi specializzata in diritto dell'ambiente e dell'energia. Ricerche, pareri, assistenza amministrativa e multiprofessionale per consulenze integrate

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giovedì, luglio 07, 2016

Diario di un consulente ambientale itinerante

Il Blog di Natura Giuridica da più di otto anni (dopo quasi altrettanti di “gestazione mentale”) è un blog di formazione ed informazione ambientale.

E il fatto che la seconda parola contenga la prima, e che non indichi solo l’informazione in quanto tale, ma dia l’idea di un processo formativo, di un “qualcosa” che si muove, che cresce, in…formazione, appunto, la dice lunga sullo spirito con il quale ho deciso di intraprendere questo fortunato percorso. 

Dal 2002 sono un consulente ambientale; certo il 2002 è stato l’anno in cui ho cominciato, e non avevo – non potevo avere! – l’esperienza che ho oggi. 

Di acqua sotto i ponti, come si dice, da allora ne è passata molta – anche se mi sembra ieri – e l’esperienza si è stratificata a ritmi quasi vertiginosi. 
Non poteva essere diversamente, considerata l’importanza strategica che settore ambientale ha finito per assumere nella nostra società. 

Il blog – e il sito, più istituzionale, se vogliamo – è nato nel momento in cui ho maturato la decisione di andarmene da Roma, dove ho mosso i primi passi, per fare il “salto nel vuoto”: lasciare un posto di lavoro relativamente sicuro e decidere di cominciare il mio percorso in solitaria, nelle terre in cui sono nato. 

Attenzione, però: sono tornato nel mio bel Piemonte (sono di Cuneo) e, dopo una sistemazione provvisoria in un perduto borgo ai confini con la Francia, mi sono spostato in un’altra valle, in un paesino che ricorda meno Asterix e Obelix, ma pur sempre un paesino di provincia, nel fondo di una valle fra le meno conosciute del cuneese (dagli italiani: dovreste vedere quanti stranieri ci sono non solo d’estate), la val Maira.
Sono tornato, dicevo, nel mio bel Piemonte, ma non ho voluto limitarmi a lavorare qui; ho semplicemente preferito stabilire in questo ameno luogo – Dronero, si chiama il posto dove con mia moglie, altra “diversamente montanara” come me (è abruzzese, e non dico altro…), abbiamo deciso di insediarci – il mio studio. E di mettere su famiglia…. 

Certo internet mi aiuta, sia nella ricerca di clienti che nella loro gestione: tanti li conosco solo per mail, con tanti parlo anche al telefono, e tanti altri vengono dalla più disparate parti di Italia nel mio studio per chiedermi consulenza e supporto nelle loro decisioni. 

Ma di fondo viaggio parecchio, perché ci sono molte attività di consulenza ambientale che richiedono necessariamente la presenza sul posto, un contatto, una chiacchierata a quattro occhi, l’instaurarsi di un dialogo con tutti i soggetti coinvolti, pubblici o privati che siano. Sono diventato (in formazione) – come mi potrei definire?! – un consulente ambientale itinerante

E così, anche grazie al web, oltre alla clientela local, posso guardare ad un mercato global, nazionale ed internazionale. 
Nelle pagine di questo blog, in questa rubrica – “Diario di un consulente itinerante” – vi racconterò alcune delle vicende professionali più strane, formative, illuminanti, assurde, significative, "più" ……………… che mi siano capitate.

Anche e soprattutto per farvi capire in cosa consiste il mio mestiere (consulente ambientale, Environmental risk maneger), e soprattutto qual è il grande valore aggiunto che può dare alla vostra impresa (ma discorso analogo vale per le amministrazioni) una consulenza ambientale professionale. Valore aggiunto In termini di denaro e di tempo. 
Come è successo per il nome della mia impresa, “Natura Giuridica”, il diario sulle “peripezie" di un consulente ambientale itinerante è nato da un’idea – o un’intuizione? – di mia moglie, che nonostante le sue origini abruzzesi (mi perdonino i miei amici di “sotto Tronto”, ma lo stereotipo dell’abruzzese di oggi è quello che Maurizio Crozza mirabilmente sintetizza nel personaggio dell’onorevole Razzi..), e malgrado due bambini, si occupa di comunicazione. 

Nei prossimi post comincerà questa nuova avventura: adesso vi saluto, sto per arrivare dal prossimo cliente.

lunedì, giugno 13, 2016

La nuova transazione ambientale: il legislatore spariglia le carte?

Sul n. 4/2016 della rivista "Ambiente & Sluppo" (IPSOA), è stato pubblicato un articolo che analizza la nuova transazione ambientale, così come modificata dall'ex collegato ambientale alla legge di stabilità del 2014.
Sul sito di Natura Giuridica si riporta uno stralcio dell'articolo, senza le numerose note di approfondimento, con particolare risalto alle conclusioni.
Per un approfondimento del contenuto della bozza di DPCM, si rimanda all'intero articolo, "La nuova transazione ambientale: il legislatore spariglia le carte?"

La nuova transazione ambientale: il legislatore spariglia le carte?
di Andrea Quaranta e Valoentina Cavanna

L’Agenda verde del Governo
A distanza di due anni dagli sfarzosi annunci con i quali il Governo comunicava di aver approvato “quella che può essere definita «l’Agenda Verde» del governo”, durante i quali si sono susseguiti (e soprapposti) interminabili dibattiti, frettolose correzioni, aggiunte, espunzioni, rinvii, nuovi annunci, restyling (e approfondimenti?), finalmente alla fine del 2015 è stato pubblicato in G.U. l’ex collegato ambientale alla legge di stabilità 2014, divenuto medio tempore “disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali”.
Con il presente contributo intendiamo analizzare, in particolare, le novità introdotte dal legislatore in merito alla “determinazione delle misure per il risarcimento del danno ambientale e il ripristino dei siti di interesse nazionale”, di cui al nuovo articolo 306-bis del Testo Unico Ambientale (il Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006), al fine di valutare in quale misura le novità introdotte dal legislatore in materia di “transazione ambientale” possano eff
ettivamente servire ad accelerare i procedimenti de quibus, a garantire la certezza del diritto in relazione al diffuso contenzioso in materia di danno ambientale con riferimento ai Siti di Interesse Nazionale (“SIN”) e a tutelare più efficacemente l’ambiente. Oppure no.

La galassia degli strumenti transattivi
Prima di addentrarci nei meandri dell’ultima riforma, occorre fare un sia pur sintetico riassunto dell’evoluzione della normativa concernente lo strumento latu sensu della transazione ambientale, che non rappresenta una novità assoluta nel panorama normativo italiano e nella relativa prassi applicativa.
Verso la fine degli anni ’90, infatti, il legislatore ha cominciato a legiferare su specifici procedimenti, oggetto anche in passato di una prassi volta ad accelerare i procedimenti di bonifica e a diminuire gli adempimenti istruttori in capo all’amministrazione, in relazione all’accertamento della responsabilità: con la legge n. 239 del 16 luglio 1998 il legislatore ha adottato il modulo convenzionale per la definizione, in via stragiudiziale, con atti transattivi, della vicenda concernente l'esplosione e l'affondamento della motocisterna Haven, dettando una disciplina specifica delle modalità con le quali la transazione si sarebbe dovuta svolgere.
Due anni più tardi, con la finanziaria per il 2001, il legislatore ha previsto (art. 114, comma 7) una clausola di non punibilità – non solo per “chiunque abbia adottato o adotti le procedure” previste dall’allora vigente “decreto Ronchi” e dal DM 471/99, ma anche per chi “abbia stipulato o stipuli accordi di programma previsti nell'ambito delle medesime normative” – per “i reati direttamente connessi all'inquinamento del sito posti in essere anteriormente alla data di entrata in vigore [del “decreto Ronchi”] che siano accertati a seguito dell'attività svolta, su notifica dell'interessato […] qualora la realizzazione e il completamento degli interventi ambientali si realizzino in conformità alle predette procedure o ai predetti accordi di programma ed alla normativa vigente in materia”. Il programma nazionale di bonifica di cui al DM 468/2001 ha stabilito, pochi mesi più tardi, i criteri per l’erogazione dei finanziamenti ivi previsti, che “sono regolamentati mediante il ricorso agli Accordi di programma da sottoscrivere tra lo Stato, le regioni, gli enti locali territorialmente competenti”.
[…]

La “transazione globale” e la nuova transazione ambientale a confronto
Le due discipline differiscono per una serie di aspetti, sintetizzati di seguito nel seguente punto elenco e schematizzati nel successivo diagramma di flusso:
1) iniziativa: […]
2) contenuto: nella transazione definita “globale” dal D.L. n. 208/2008 lo schema di contratto ha ad oggetto la spettanza e la quantificazione degli oneri di bonifica, degli oneri di ripristino, del danno ambientale e di altri eventuali danni di Stato/enti pubblici territoriali. Il contenuto della nuova transazione è parzialmente difforme, attesa l’impossibilità (almeno a priori) di un ristoro meramente economico del danno ambientale. Innanzitutto, l’art. 306-bis stabilisce la necessità di tenere conto del quadro comune di cui all’Allegato 3 della Parte Sesta del TUA. La proposta individua gli interventi di riparazione primaria, complementare e compensativa; qualora sia formulata per la riparazione compensativa, tiene conto del tempo necessario per conseguire l’obiettivo della riparazione primaria o della riparazione primaria e complementare. […]
3) conseguenze in caso di inadempimento: […]
4) conseguenze della stipula della transazione: […]

La (perenne) transizione ambientale
Se ci si limitasse ad un’analisi sincopata “da TG” – spesso poco più che un insieme di slogan pro o contro – invece che ad un’attenta lettura del dato normativo, scevra da pregiudizi ideologici, la transazione ambientale (quella “globale” e a maggior ragione quella novellata, si suppone in meglio) potrebbe essere considerata – a torto – come la soluzione in grado di risolvere problemi (e le problematiche) ambientali da troppo tempo irrisolti, o al contrario come il “male assoluto”, in grado di vanificare anni di lotte (?) ambientaliste, e in quanto tale da osteggiare a prescindere.
La realtà – molto più prosaica – è che siamo, continuiamo ad essere, in una fase di transizione (ambientale, in questo caso), che visti i presupposti sembra destinata a durare ancora per molto.
Non sono bastate riforme, codificazioni, integrazioni, decretazioni d’urgenza: ogni riforma viene emanata o sulla base dell’emergenza (come avvenuto per la “transazione globale”), o a valle di lunghe “cavalcate normative”, fatte di veti incrociati, attese, riesami, raffazzonamenti “attorno contenuti purchessia, magari pescando a piene mani da appunti, segnalazioni, mezze idee e annotazioni, stratificatisi come fondi di magazzino nei cassetti delle scrivanie dei […] funzionari […] presso i vari ministeri coinvolti” (come avvenuto per l’ex collegato alla legge di stabilità per il 2014 e, di conseguenza, per la transazione novellata).
La transizione da uno schema transattivo all’altro costituisce un’ennesima riprova di questo infausto modus operandi: molti i dubbi sollevati dalla transazione globale, molti gli interrogativi ai quali la nuova riforma non ha dato una risposta.
Certo, in questo passaggio non sembrano mancare – oltre alle buone intenzioni, ampiamente comunicate – anche elementi in qualche modo positivi (anche se…), ma sono molto più numerosi gli elementi critici – gli interrogativi lasciati irrisolti – che rischiano di minare dall’interno il paradigma.
Il primo riguarda l’equilibrio fra interessi economici ed ambientali, che l’accordo transattivo dovrebbe comporre. Fermo restando che tali accordi possono costituire, almeno teoricamente, un prezioso strumento a favore delle imprese, volto a definire la propria posizione in relazione a tutti gli aspetti ambientali e ad evitare un contenzioso giudiziario, dalla durata e dagli esiti incerti, ma anche una deroga ai procedimenti ordinari – altrimenti non avrebbero ragion d’essere – occorre chiedersi se un loro eventuale utilizzo sistematico, sicuramente utile ai fini della riduzione dei costi ambientali, non possa essere, nel medio-lungo periodo, controproducente per il bene-ambiente, che è un bene pubblico ed estraneo agli interessi economici.
Qual è il limite alla negoziabilità, fra le parti, dei livelli di accettabilità che dovranno essere rispettati nel caso in cui debba essere adottato un piano di monitoraggio e controllo, qualora all’impossibilità della riparazione primaria corrisponda un inquinamento residuo che comporta un rischio per la salute e per l’ambiente?
Più in generale, qual è il limite alla discrezionalità della P.A. nella verifica dei requisiti (formali o sostanziali?) elencati nel comma 2?
La seconda categoria di criticità riguarda l’interesse, da parte dei soggetti privati, alla stipula di tali accordi, da un lato, e più in generale la coerenza del sistema ideato dal legislatore.
Fermo restando che, in linea generale transare dovrebbe in ogni caso essere in una qualche misura conveniente, non fosse che per venire incontro ad esigenze di celerità e di certezza, non si può non notare che nel passaggio dalla transazione globale a quella novellata sono stati soppressi tre commi (5, 5-bis e 7), forse nell’ottica di superare alcuni aspetti critici della precedente disciplina (che avevano fatto storcere il naso ai più intransigenti ambientalisti), la cui mancanza ora rischia, almeno sulla carta, di spostare l’equilibrio (instabile) dalla parte del ministero che, sempre sulla carta, può permettersi di (far vedere di) fare la voce grossa (di fronte ai microfoni del “TG”), salvo poi comportarsi pragmaticamente nelle opportune sedi…
L’abolizione del comma 5 della “transazione globale” – quello secondo il quale la stipula del contratto di transazione comportava l’abbandono del contenzioso pendente e precludeva ogni ulteriore azione per rimborso degli oneri di bonifica e di ripristino ed ogni ulteriore azione risarcitoria per il danno ambientale – rischia (almeno sulla carta), di rendere meno appetibile la nuova transazione (non globale) e, di conseguenza, sembra essere inconciliabile con l’obiettivo perseguito dal legislatore.
Che dire, poi, della soppressione del comma 5-bis, in base al quale la stipula del contratto comportava anche la facoltà di utilizzo dei terreni in conformità con la loro destinazione urbanistica, e nel rispetto dei criteri ivi stabiliti?
Qual è la ratio di questo “fermi tutti”, non mitigato dalla previsione di un termine non perentorio?
Ma soprattutto, qual è il significato della soppressione del comma 7, relativo all’utilizzo “dei soli proventi di spettanza dello Stato, derivanti dalle transazioni”? Dove affluiranno, una volta abolito il riferimento “al fondo di cui all’articolo 7-quinquies, comma 1, del decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 aprile 2009, n. 33”?
Un ulteriore interrogativo – cui neanche la riforma è riuscita a dare una risposta – riguarda il parere dell’Avvocatura di Stato, che tiene conto anche dei presumibili tempi processuali e dei prevedibili esiti del giudizio pendente o da instaurare: al di là della obiettiva difficoltà di siffatta previsione, perché non prevedere il parere obbligatorio del Consiglio di Stato?
Cosa potrebbe succedere, poi, nel caso in cui la proposta transattiva venga formulata da uno solo dei soggetti obbligati con riferimento all’intera obbligazione, salvo il regresso nei confronti degli altri? Dal momento che l’art. 1304, comma 1, del Codice Civile dispone che la transazione non produce effetto nei confronti dei condebitori che non dichiarano di volerne profittare, quali sono le conseguenze nel caso in cui una delle imprese stipuli una transazione sull’intero e le altre imprese, invece, decidano di proseguire in un eventuale contenzioso con il MATTM?
Qualcuno potrebbe obiettare che la novella apportata dall’ex collegato ambientale apra una (nuova!) fase transitoria, e che soltanto il tempo ci consentirà di comprenderne l’effettiva portata e di scoprire se gli interrogativi posti in questa sede siano destituiti di fondamento, o meno.
È vero.
Ma questa sarebbe, in ogni caso, una giustificazione che non fa venire meno la reale necessità di dare un nuovo corso alle cose, in modo strutturale e strutturato, coordinato e di prospettiva, che consenta nel contempo di tutelare l’ambiente e la salute umana, nonché l’iniziativa economica privata, attraverso una chiara definizione della “posta in gioco” e delle “carte” da poter “giocare”.

venerdì, giugno 10, 2016

La consulenza ambientale smart di Natura Giuridica, per un moderno, efficiente ed efficace management ambientale


L’ambiente è un settore strategico e di potenziale business per tutte le imprese.

Tuttavia, il diritto ambientale, che dovrebbe facilitare l’operatività delle imprese in questo settore, è in costante evoluzione.

Le numerose modifiche che continuano a succedersi nel corso degli anni, unite alle difficoltà interpretative/applicative e a quelle legate alla scarsa considerazione da parte della P.A. delle esigenze di certezza operativa, celerità e semplificazione indispensabili per gli operatori del settore, hanno dato vita ad un sistema difficile da gestire, macchinoso, burocratico e, in ultima analisi, molto costoso per le imprese.

Queste ultime, infatti, si trovano spesso in difficoltà a seguire tutte le modifiche normative, a contestualizzarle, a comprenderle, perfino a rispettarle, per non parlare delle problematiche connesse alla difficile gestione degli iter burocratici con le PP.AA.

I costi per le imprese

Perdite di tempo e denaro, legati alla non corretta/ottimale gestione delle problematiche ambientali, rischi di non-compliance e profili di responsabilità civile, amministrativa e penale sono, dunque, all’ordine del giorno, e costituiscono un grave problema per le risorse interne e il management dell’impresa.




Rispettare la normativa ambientale, e gestire con minore rischio le dinamiche e le problematiche operative ambientali, tuttavia, può essere meno faticoso, più accurato ed economicamente vantaggioso, se inquadrate in un dinamico ed efficiente servizio di consulenza integrata.

Il management ambientale

Natura Giuridica è un’impresa che opera nel settore della consulenza ambientale strategica, ponendosi a fianco delle imprese nella delicata gestione del rischio ambientale, attraverso:
  • una continua attività di compliance normativa;
  • il regolare supporto nei contatti con le Pubbliche Amministrazioni;
  • il monitoraggio costante di tutta la produzione normativa di settore, anche di quella attuativa di dettaglio;
  • la minimizzazione dei danni causati da una precedente e non adeguata gestione delle problematiche ambientali;
  • il suggerimento di strategie operative, volte ad ottimizzare i tempi e i costi di gestione e utili a limitare al massimo le problematiche ambientali e consentire, di conseguenza, di liberare risorse per investimenti produttivi;
  • la creazione di nuove fonti di business per l’azienda.



Nella brochure vengono delineati più nel dettaglio i servizi offerti da Natura Giuridica alle imprese (è disponibile anche la versione in inglese)

La consulenza smart

Sulla base dell’esperienza maturata dal 2002 dal titolare di Natura Giuridica, Dott. Andrea Quaranta, Environmental risk and crisis manager, giurista e consulente ambientale d’impresa, formatore e facilitatore in campo ambientale, Natura Giuridica ha:
  • catalogato le principali esigenze operative che le imprese si trovano a dover affrontare in campo ambientale, e
  • ideato una snella ed efficace modalità di collaborazione con le imprese, in modo da consentire loro di avvalersi in forma realmente semplificata del supporto specialistico di un professionista del settore ambientale a costi contenuti.


Gli obiettivi della consulenza smart

Lo scopo è quello di:
  • affiancare le risorse interne, che spesso non hanno il tempo necessario per approfondire accuratamente tutte le tematiche ambientali, e di conseguenza, di gestirle in modo efficace e tempestivo (tutoring);
  • aiutare il management ad implementare nuove strategie operative e nuove vie per il business e lo sviluppo economicamente ed ambientalmente sostenibile dell’azienda (semplificazione dei processi aziendali).


Tale strumento è costituito da una convenzione annuale, meglio delineata nel paragrafo che segue, ideata appositamente per permettere all’impresa di:
  • essere costantemente informata ed aggiornata su tutte le novità normative nei diversi settori che costituiscono il diritto ambientale e su tutte le implicazioni pratico-operative che le stesse comportano; 
  • conoscere gli orientamenti interpretativi della normativa ambientale, e applicare di conseguenza le migliori strategie e scelte operative, sulla base di una personalizzazione funzionale alla specificità dell’azienda, alla sua struttura e agli obiettivi perseguiti; 
  • gestire in modo più rapido ed efficace le pratiche amministrative ambientali, grazie ad un costante contatto con le amministrazioni competenti; 
  • limitare le problematiche ambientali, ed in ogni caso gestire tempestivamente le situazioni di emergenza che dovessero comunque verificarsi;
  • essere competitiva a costi ragionevoli, esternalizzando il servizio di gestione delle problematiche ambientali e consentendo, al contempo, alle risorse interne di poter essere seguite da un tutor specializzato nel nevralgico settore ambientale. In questo modo, i responsabili del settore ambiente possono lavorare con piena consapevolezza degli strumenti e padronanza degli stessi, e il management è in grado di effettuare scelte strategiche adeguate.

In definitiva, si tratta di uno strumento conoscitivo-operativo, personalizzabile sulla base delle specifiche esigenze dell’impresa, in grado di consentire alla stessa di gestire nel migliore dei modi il rischio ambientale d’impresa, e di porre le basi per creare business ambientalmente ed economicamente sostenibile.

Compilate il questo modulo, specificando quali sono le criticità ambientali della vostra azienda, e inviatelo a andrea.quaranta@naturagiuridica.com.
Otterrete un preventivo gratuito e personalizzato per una consulenza ambientale in convenzione, articolata nei termini che seguono, ideata sulla base dell’esperienza professionale maturata nel settore dal Dott. Andrea Quaranta, titolare di Natura Giuridica, in relazione alle problematiche ambientali, e alla relativa necessità di consulenza giuridico-amministrativa ambientale non solo delle PMI, ma anche delle imprese di maggiori dimensioni.

La convenzione può anche prevedere diversi pacchetti di ore di consulenza (scritta e/o orale, a seconda delle indicazioni di volta in volta date dal Committente), in funzione delle esigenze della singolaimpresa.
Oggetto della convenzione, a titolo puramente indicativo, è quello di seguito elencato.

1-      Materie oggetto della convenzione.
a)   Scarichi;
b)   Emissioni in atmosfera;
c)    Rifiuti/RAEE;
d)   IPPC;
e)   Autorizzazione Unica Ambientale;
f)    Bonifiche;
g)   Responsabilità d’impresa;
h)   Efficienza energetica;
i)     ...quelle ulteriori eventualmente indicate dall’impresa.
2-      Costante aggiornamento normativo.
3-  Costante aggiornamento giurisprudenziale (con l’indicazione dei risvolti pratico-operativi che le pronunce del giudice penale ed amministrativo possono avere nei settori presi in considerazione)
4-      Specifiche ricerche normative e giurisprudenziali.
5-      Quesiti di carattere generale e specifico
6-      Telefonate/riunioni tramite Skype
7-      Riunioni presso la sede della società
8-      Finanziamenti
9-      Pratiche amministrative/autorizzatorie
10-   Qualsiasi altra consulenza volta a soddisfare le esigenze del cliente, con lo scopo ultimo di ottimizzare tempo e denaro.

Il taglio della consulenza, nelle sue diverse articolazioni, sopra elencate, sarà operativo, e avrà lo scopo di permettere alla dirigenza di effettuare scelte strategiche ambientalmente ed economicamente sostenibili.

Lo scopo è quello di consentire all’impresa di poter essere costantemente aggiornata sulle materie oggetto della presente proposta di convenzione; ai responsabili del settore ambiente di poter lavorare con piena consapevolezza degli strumenti e padronanza degli stessi; alla direzione dell’impresa di effettuare scelte strategiche adeguate e interfacciarsi nel migliore dei modi possibili con la P.A.

Cosa aspettate, allora!
Contattate Natura Giuridica e chiedete la vostra consulenza ambientale smart: una consulenza personalizzata in convenzione che vi permetterrà di risparmiare tempo e denaro, dormendo sonni più tranquilli.
 


lunedì, aprile 18, 2016

Autorizzazione integrata ambientale: approvata la nuova modulistica

http://www.ipsoa.it/documents/impresa/ambiente/quotidiano/2016/03/30/autorizzazione-integrata-ambientale-approvata-la-nuova-modulistica
Con decreto, il Ministero dell’Ambiente ha approvato la nuova modulistica per la presentazione dell'Autorizzazione integrata ambientale di competenza statale, necessaria per le aziende che devono uniformarsi ai principi di prevenzione e riduzione integrata dell'inquinamento; in particolare, vengono aggiornati i moduli della domanda con specifico riferimento al riesame dell’istanza. 

Alla domanda dovranno essere allegate le schede tecniche che raccolgono in modo sintetico tutte le informazioni necessarie alla presentazione dell’autorizzazione: caratteristiche e descrizione dell’installazione, consumi di materie prime e di acqua, produzione e consumo di energia, informazioni relative al monitoraggio dell’esercizio dell’installazione. 

Il decreto 15 marzo 2016 del Ministero dell’Ambiente definisce il formato della modulistica da compilare per la presentazione della domanda di Autorizzazione integrata ambientale (AIA) di competenza statale, con specifico riferimento alla presentazione delle informazioni necessarie al fine del riesame.
Gli allegati del decreto stabiliscono, in particolare, il formato previsto per:
  1. la domanda (all. 1);
  2. le informazioni generali (all. 2);
  3. i dati e le, notizie sull'installazione attuale (all. 3);
  4. i dati e le notizie sull'installazione da autorizzare (all. 4);
  5. l’applicazione delle Bat e gli effetti ambientali (all. 5);
  6. l’attuazione delle prescrizioni e Pmc (all. 6).
Il ruolo della modulistica, come strumento necessario per avviare una fase di approfondimento istruttorio, non esclude, ma favorisce il confronto fra gestore ed autorità competente ma favorisce il confronto fra Gestore ed Autorità competente, al fine della ricerca delle possibili soluzioni; l’impostazione data dal ministero intende lasciare al gestore l’opportunità di indicare i dati maggiormente rappresentativi della propria installazione e le informazioni più utili e pertinenti, “ricorrendo spesso al rimando a relazioni tecniche per quelle materia che si ritiene difficile poter inquadrare in un percorso predefinito”.
 
Sul sito di IPSOA è stato pubblicato un approfondimento; questi gli argomenti trattati:
  • la domanda di AIA
  • i dati e le notiie sull'installazione da autorizzare (Scheda C)
  •  l'applicazione delle BAT e gli effetti ambientali della proposta impiantistica (scheda D)
  • l'attuazione delle prescrizioni AIA e il piano di monitoraggio e controllo (Scheda E)
 
 

 

lunedì, aprile 11, 2016

Bozza di DPCM sulla capacità nazionale di incenerimento: le risposte (sbagliate) a…quali domande?

Sul n. 3/2016 della rivista "Ambiente & Sviluppo" (IPSOA), è stato pubblicato un articolo che analizza l'ultima bozza di DPCM con il quale stati quantificati sia la capacità attuale e potenziale degli impianti di incenerimento in esercizio, sia il fabbisogno residuo, individuando nelle macroaree geografiche i nuovi impianti di trattamento termico da realizzare.
Sul sito di Natura Giuridica si riporta uno stralcio dell'articolo, con particolare risalto alle conclusioni.
Per un approfondimento del contenuto della bozza di DPCM, si rimanda all'intero articolo, "Bozza di DPCM sulla capacità nazionale di incenerimento: le risposte (sbagliate) a…quali domande?"

Gli alibi e le ragioni
Poco più di un anno fa è stato pubblicato, sulle pagine di questa rivista, un articolo sul pubblicizzato nuovo incenerimento dei rifiuti dal sapore – per così dire – enigmistico[1]: l’articolo, infatti, invitava il (più che) paziente lettore a soffermarsi sulle differenze apportate in materia dal decreto legge #SbloccaItalia, prima, e a stretto giro dalla sua legge di conversione, e a domandarsi quale fosse il senso di quel “fare e rifare, che è tutto un lavorare”, secondo l’icastica, lapidaria ed efficace sintesi proverbial-dialettale, ivi citata.
Perché il punto, come si avrà modo di evidenziare nel prosieguo di questo articolo, è – continua ad essere – proprio questo: per dare delle risposte efficaci, occorre sapersi fare le giuste domande. Non limitarsi ad ingegnosi make-up linguistico-normativi buoni solo per comunicare il risultato di un laborioso (quanto inutile) lavoro di una “riforma”, da vendere ai cittadini-consumatori, molto più numerosi non solo degli addetti ai lavori (nelle cui fila militano anche gli assolutori – del lavoro del Governo di turno – a priori), ma soprattutto di chi prova a far emergere il proprio motivato dissenso non (solo) tanto alla scelta in quanto tale, quanto alla sua realizzazione contestualizzata.
E invece, sulla scia di quel metodo di lavoro tanto caro ai nostri ambidestri legislatori, (e con il consueto ritardo[2]), ci ritroviamo, oggi, a ri-discutere non solo di questa opinabile scelta di metodo, ma anche del suo “merito” (la bozza in progress non appare esente da critiche) e, più in generale, della coerenza di chi continua a spacciarla per…
A spacciarla, confondendo i suoi alibi e le ragioni di chi (anche in questo caso sono in tanti) vorrebbe un sistema integrato e moderno di gestione dei rifiuti reale, e non annunciabile.

Le prima "risposte" a non si sa quali domande di sostenibilità

La bozza di decreto, finalmente analizzabile a luglio dello scorso anno, contiene fin dalle premesse i richiamati elementi di incoerenza politica: magari a sua insaputa, ma sta di fatto che il legislatore utilizza, ha utilizzato anche in questo caso, quella “tecnica” che consiste (anche) nel far di volta in volta riferimento o a comodi elementi esterni alla volontà politica di chi “è costretto ad agire” (va di moda, ad esempio, trincerarsi dietro al “ce lo chiede l’Europa!”), o a quegli stessi elementi esogeni, ma per sostenere, al contrario, posizioni politico-elettorali di segno opposto (ad esempio: “l’Europa non può dettarci le regole!”).
In un momento storico in cui quotidianamente echeggiano gli strali anti ingerenze europee, il nostro legislatore giustifica questa scelta anche con la necessità di attuare il “progressivo riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale”, di “tenere conto della pianificazione regionale” e di “superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione” comunitarie.
Sulla base:
  • di queste di per sé inoppugnabili premesse (ma fin qui siamo alle parole);
  • degli altrettanto indiscutibili principî di gerarchia nella gestione dei rifiuti (in relazione ai quali, tuttavia, il legislatore ha scelto – non si capisce se a sua insaputa o se per noncuranza – di muoversi su un terreno minato[3]), e
  • del continuo richiamo a diverse tipologie di un non meglio specificato “fabbisogno” di trattamento[4] e di incenerimento[5] (per l’interpretazione del quale occorre, a questo punto, affidarsi a qualche aruspice),
la prima bozza di decreto si struttura come segue [...]

L'articolo prosegue con un capitolo intitolato "Le risposte rivedute e corrette e l'utilizzo del Photoshop giuridico", e un altro che analizza le risposte date dalle regioni al maquillage al quale era stato medio tempore sottoposto il DPCM.

L'ultimo capitolo è intitolato un po' ironicamente, un po' provocatoriamente "42 è la risposta!Ma a quale domanda?"....



"[...]
Nella“Guida galattica per autostoppisti” – serie di romanzi di fantascienza umoristica – un supercomputer, realizzato per cercare la risposta alla “domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto”, dopo sette milioni e mezzo di anni fornisce la risposta: “42”.

«“Quarantadue!” urlò Loonquawl. “Questo è tutto ciò che sai dire dopo un lavoro di sette milioni e mezzo di anni?”
“Ho controllato molto approfonditamente” disse il computer, “e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda”»

Fatti gli opportuni distinguo, e con il Massimo rispetto per il ruolo, anche la politica 2.0, nonostante le premesse, sembra seguire – nei fatti, e per utilizzare un vocabolario comunicativo, e in quanto tale approssimativo, ma in ogni caso efficace –  lo stesso schema da “prima Repubblica”, infarcito di asserzioni aprioristiche[12], di espressioni normative sfarzose, di enunciazioni di principî solenni, di una comunicazione raffinata quanto vacua, di risposte generiche e contraddittorie a domande spesso sbagliate e in ogni caso non circostanziate né contestualizzate, quelle rare volte che il politico nelle vesti di legislatore (e non di comunicatore) ipotizza di risolvere i problemi partendo dall’analisi delle necessità, e quindi dalle domande.
Come si accennava in premessa, e probabilmente come conseguenza dell’assertività governativa e della relativa assenza di dubbi sul metodo e sul merito anche di questa scelta, le domande – che avrebbero dovuto, che dovrebbero indirizzare il legislatore – sono le grandi assenti anche di questa ennesima riforma ambientale.
Ed il legislatore fornisce, non può che fornire, risposte prive di significato, di soluzioni, di efficacia: si potrebbe quasi dire, a valle della lettura di questi testi, se la situazione non fosse così grave, che il legislatore sia portato più per la fantascienza umoristica che per governare le sorti di un Paese.

Volendo sintetizzare le criticità che, a parere di chi scrive, emergono dalla lettura dell’articolato normativo, si possono enucleare almeno tre categorie.
La prima, difficilmente riassumibile con un unico aggettivo, ha a che fare con l’innato carattere del nostro legislatore, poco incline a farsi domande, più propenso invece a far vedere di fare (soprattutto a dire) qualcosa e a manipolare le parole.
Tali criticità si manifestano:
  • a volte in modo palese, ad esempio laddove il legislatore continua a volersi riferire al fatto che tali impianti di “termovalorizzazione[13]” “costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale, e realizzano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati, garantendo la sicurezza nazionale nell'autosufficienza del ciclo di gestione integrato dei rifiuti”: parole (parole parole) dotate evidentemente di poteri taumaturgici (per il legislatore), ma soprattutto autoassolutorie e funzionali alla comunicazione tautologica e martellante che domina la scena politica degli ultimi anni;
  • a volte in modo più sfumato, e quindi potenzialmente ancora più pericoloso, sotto forma di altri ipse dixit distorsivi del senso delle parole e/o della comunicazione e/o di quella che dovrebbe essere la ratio della normativa ambientale, più in generale.
Ne costituiscono un esempio il disinvolto richiamo random a diktat esogeni, per giustificare qualsiasi decisione, specie se impopolare[14]; l’utilizzo approssimativo di una terminologia non sempre coerente, sia che si tratti di “terminologia di dettaglio[15]”, sia che si tratti di definizioni anche all’apparenza più cogenti[16], sia che si tratti, infine, di espressioni dirimenti per capire il contesto operativo[17]; il pedante richiamo ad una gerarchia di gestione dei rifiuti diversa da quella reale, e modellata sulla base degli obiettivi (ehm: interessi) che si intendono raggiungere; la possibilità octroyé di revisionare periodicamente le previsioni del decreto, salvo farlo soltanto “in presenza di variazioni documentate” (in sostanza: solo a consuntivo, e non in base alle previsioni delle programmazioni regionali per il futuro…); la nuova formulazione delle disposizioni finali (comma 6), laddove il legislatore stabilisce che per le modifiche del decreto, si debba tener conto anche delle politiche in atto relative alla dismissione di impianti o alla riduzione di capacità di incenerimento per le sole regioni caratterizzate da una sovraccapacità di trattamento rispetto al relativo fabbisogno di incenerimento.
L’intenzione, in questo caso, sembra essere quella di “depotenziare il conflitto istituzionale con la Lombardia, ove il caso della sovraccapacità è clamoroso”, salvo farlo “senza alcuna coerenza con la previsione fondamentale della bozza che, individuando solo l’incenerimento come destinazione ultima del rifiuto residuo, cancella le previsioni, incluse nella precedente bozza, dei 3 nuovi inceneritori per il Nord[18].

Quest’ultimo passaggio ci permette di passare al secondo filone di criticità: quello delle incongruenze/contraddizioni.
La più evidente – ma non per chi ha ipotizzato queste risposte – è quella che non riesce a rispondere alla seguente domanda, per il semplice fatto di non essersela posta: perché puntare sull’incenerimento dei rifiuti, con questa presunta fretta “non operativa” (ma senz’altro con frettolosità), in un momento in cui la produzione di rifiuti è in netto calo?
E/ma soprattutto, perché puntare in questo modo così “cautelativo[19]” sugli inceneritori che, per definizione, hanno una continua necessità di ricevere rifiuti, e per stessa ammissione del legislatore in passato sono stati sovradimensionati[20]?
Non si tratta, con tutta evidenza, delle domande che chi legifera dovrebbe porsi prima di intraprendere un percorso normativo, quanto piuttosto di interrogativi ex post che sorgono dalla lettura di queste risposte…
Viene da chiedersi, inoltre, ad esempio:
-      perché, stando così le cose, il legislatore afferma, in premessa, che “l’individuazione di un fabbisogno basato su percentuali di raccolta differenziata minori rispetto al 65 per cento e senza tener conto degli obiettivi di ulteriore riduzione di rifiuti urbani e assimilati, determinerebbe una capacità impiantistica sovradimensionata rispetto alle esigenze nazionali”?
Senza contare il fatto che “gli impianti di trattamento preliminare hanno una capacità spesso superiore rispetto al fabbisogno di trattamento calcolato su una quantità di rifiuti residui derivanti da una raccolta differenziata a norma di legge”.
-      perché non si coordina la sedicente “strategia dell’incenerimento” (o incenerimento delle strategie?)  con quanto di recente approvato con la legge sulla green economy, la quale prevede una serie di interventi che vanno in assoluta controtendenza rispetto a questa bozza di decreto[21]?
L’ultima, ma non meno importante, contraddizione, è quella che riguarda l’assenza di qualsiasi connessione con gli scenari delineati nel “Pacchetto sull’economia circolare”, adottato dalla Commissione europea il 2 dicembre 2015[22] per promuovere la transizione dell'Europa verso un'economia circolare che aumenterà la competitività globale, sosterrà la crescita economica e genererà nuova occupazione.
Il pacchetto – che contiene alcune proposte legislative riviste sui rifiuti nonché un piano d'azione globale, sulla base di una visione chiara e ambiziosa di lungo termine per aumentare il riciclaggio e ridurre il collocamento in discarica[23] – parla anche di incenerimento, ma in termini (non mistificatori) più realistici, anche se utilizza il termine termovalorizzazione in modo giuridicamente border line…
Alla precisa domanda (“Nell'ambito di queste proposte è ancora permesso l'incenerimento dei rifiuti?”) la Commissione, infatti, risponde affermando che “se non è possibile evitare di produrre rifiuti né è possibile riciclarli, recuperarne il contenuto energetico è di norma preferibile al collocamento in discarica, sia sotto il profilo ambientale che economico. Vi è quindi spazio per la termovalorizzazione, che contribuisce a creare sinergie con le politiche unionali in materia di energia e clima, ma sempre seguendo i principi della gerarchia dei rifiuti stabilita dall'UE. La Commissione esaminerà come ottimizzare questa pratica, senza compromettere il potenziale di realizzazione di tassi di riutilizzo e di riciclaggio più elevati e come sfruttare al meglio tale potenziale energetico. A tal fine la Commissione adotterà un'iniziativa sulla termovalorizzazione nell'ambito dell'Unione dell'energia”.

Si tratta, in sostanza, di una questione di numeri, che rappresentano la terza e – almeno alla fine di questa prima lettura – ultima criticità di questa bozza.
Come s’è visto, i conti non tornano già solo se si considera il trend decrescente della produzione di rifiuti; a ciò si deve aggiungere che non vi è nessuna revisione dei calcoli per le Regioni con nuove programmazioni in corso di preparazione[24] e che anche la terminologia utilizzata – non ulteriormente specificata – lascia ampi margini di movimento, sia in relazione ai presupposti localizzativi25], sia con riguardo alla vera e propria realizzazione “di un sistema moderno ed integrato di gestione dei rifiuti urbani ed assimilati[26]”.

La normativa, specie quella ambientale, non ha bisogno di continui ritocchi di facciata, né di tweet propagandistici o di discussioni sterili sul nulla – o, peggio, sui principî ammantati del nulla – ma di essere presa sul serio e di dare risposte precise domande strategiche.
Ma chi di dovere queste domande se le deve porre consapevolmente prima, e non dopo che un altro danno si è verificato.
In quel caso, infatti, si tratta al massimo domande retoriche, quando non semplici constatazioni interrogative di quello che è accaduto, e che si sarebbe potuto evitare, ma buone in ogni caso per giustificare altre scelte emergenziali.
E le risposte non sono quelle programmatorie e strategiche di cui abbiamo bisogno (e che ci aspetteremmo), ma semplici risposte (para-umoristiche) che – come diceva quel(l)o – il legislatore ha dentro di sé.
E che, però, sono sbagliate.

lunedì, febbraio 08, 2016

Regolamento 2015/2174/Ue: dal 15 dicembre 2015 in vigore il nuovo compendio indicativo di beni, servizi e attività economiche ambientali da includere nei conti economici ambientali europei.

Sul sito Ipsoa.it/quotidiano è stato pubblicato un contributo a cura di A. Quaranta in materia di nuovi conti economici ambientali europei. Infatti dal 15 dicembre scorso sono in vigore nuovi conti economici ambientali al fine di aggiornare ed armonizzarne, a livello comunitario appunto, la raccolta, la compilazione, la trasmissione e la valutazione. Già nel 2011 l'UE aveva adottato un regolamento (n.691/2011) con l'obiettivo di istituire un sistema europeo dei conti nazionali e regionali, fornendo ai Paesi membri metodologia, regole, definizioni, classificazioni e regole contabili comuni destinate a essere utilizzate in sede di compilazione dei conti economici ambientali.
Nel 2013 tali moduli hanno subito un aggiornamento, attraverso la decisione n. 1386/2013/UE, che risponde all'incalzare degli attuali sviluppi in materia di crescita verde ed utilizzo efficace delle risorse; così da arrivare a 6 macro gruppi di moduli, corrispondenti ad altrettanti allegati. Il modulo cinque è quello che riguarda in particolare i beni ed i servizi ambientali. 
Si legge nel contributo:"Le statistiche sui beni e servizi ambientali registrano e presentano dati sulle attività di produzione delle economie nazionali che generano prodotti ambientali, che rientrano nelle seguenti categorie: 1. servizi ambientali specifici; 2. prodotti utilizzati a fini esclusivamente ambientali (prodotti connessi); 3. beni adattati e tecnologie ambientali".
Con il regolamento 2015/2174/Ue è stato messo a disposizione di fatto un nuovo compendio indicativo di beni, servizi e attività economiche ambientali (presentati all'interno del contributo in forma di tabella). Il provvedimento è in vigore dal 15 dicembre 2015 e gli Stati Membri dovranno fornire i dati prescritti utilizzando particolari formati di dati corredando il tutto da relazioni sulla qualità: "le relazioni sulla qualità contengono informazioni in merito alla qualità delle fonti utilizzate per i dati trasmessi; alle rettifiche apportate alle statistiche di base per allineare il risultato ai concetti e alle definizioni dei conti o per altre ragioni metodologiche; alla stima e la compilazione di dati che non possono essere ricavati direttamente da fonti statistiche;alle discontinuità nelle serie temporali derivanti da cambiamenti della metodologia o delle fonti di dati e le misure adottate per garantire la massima comparabilità possibile di tali serie". Insomma tutta una serie di stringenti indicazioni metodologiche che rendano sempre più automatica, nel tempo, la creazione di una banca dati di livello europeo, base di partenza per la lettura di andamenti a livello comunitario e previsione delle tendenze future.